Banche e anatocismo: il rapporto con i clienti

Nel rapporto banca cliente il fenomeno dell’anatocismo sembra prendere il sopravvento in tutti quei casi nei quali la vigilanza del cliente è affidata alla sottoscrizione di un prospetto informativo, nel quale il cliente dichiara di essere a conoscenza del funzionamento del contratto e dei suoi oneri, con terminologia se non burocratese certamente di difficile comprensione. Ma cosa è l’anatocismo? L’anatocismo è un fenomeno tutto particolare, non propriamente sconosciuto alla giurisprudenza, anche se il legislatore, nel corso del tempo, ha fatto fatica a rafforzare il concetto di onere occulto presente nella dizione del codice civile, art. 1842. Ma come funziona l’anatocismo e perché si tratta di una pratica fortemente sbagliata?
Alla base della condotta perseguibile c’è l’interesse trimestrale scaduto, che si assommano al capitale e al normale costo del denaro. Una indagine più approfondita, per esempio realizzata con un software di calcolo dell’anatocismo, può raccontare molto del reale saldo intercorrente tra le parti. Quanto costa veramente il mutuo? Qual è il costo reale del danaro? Come si pone la banca di fronte al sospetto, da parte del correntista, che non tutti gli aspetti siano stati esplorati in modo trasparente?
Come le inchieste televisive, quelle poche che hanno infranto il muro di gomma, la banca si limita a sottoporre al correntista un prospetto informativo, dettagliato si, ma che attribuisce al titolare del conto tutta la responsabilità sui successivi sviluppi del contratto. E’ chiaro che nel prospetto o comunque all’atto della sottoscrizione venga chiesto se il cliente dispone degli strumenti di conoscenza necessari per valutare l’impatto finanziario del suo impegno. Immaginate un normale imprenditore, ferratissimo nel suo lavoro, un po’ meno nel comprendere il significato di acronimi come TEG. Ha di fronte a se un operatore finanziario di fiducia, una persona che nella banca ha sempre rappresentato il punto di riferimento per il finanziamento dell’impresa in anni in cui le cose andavano bene. Da un lato la banca usa una faccia gentile, accomodante, familiare, dall’altra pone sotto scacco il cliente, chiedendogli, in fondo, se davvero è così ignorante da non capire il funzionamento di un mutuo o di un investimento sui derivati. E’ la situazione tipica di pressione psicologica che si aggiunge a quella già presente nel correntista, che in genere si rivolge a una banca quando ha bisogno lui e non quando ha bisogno la banca. Per questo motivo appare inevitabile una normativa di tutela ben più ampia, che parta dal concetto di separare l’equiparazione simmetrica tra le parti, come se i contratti bancari o comunque determinate obbligazioni pecuniarie, fossero un normale contratto di scambio. Così non è, e a significare l’importanza di questo problema abbiamo infatti l’attività delle associazioni dei consumatori, che più di tanto – in periodi nei quali la class action è una chimera – non possono fare.

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