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La fidanzata di papà



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by: segnalalo
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Data: Tue, 18 Nov 2008 Ora: 10:51 PM
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Proprietario di un albergo a Cortina, il vedovo Massimo Bondi (sic) ha un figlio, Matteo, che vive a Miami. Quando questi gli annuncia che la sua compagna sta per avere un figlio, decide di partire per raggiungerlo insieme alla figlia e al fratello. Giunti in America, Massimo si scatena in una serie di gaffes con la futura consuocera mentre intanto l'amore tra Matteo e Barbara rischia di essere compromesso da un evento inatteso.

Recensione
Perdonateci la seriosità e il moralismo, ma anche Shakespeare e Omero (non parliamo poi di Dante) sono stati influenzati e infastiditi dagli eventi del loro tempo. Ma forse non è un caso che il paese capace di lanciare il 14 novembre 2008 un film come La fidanzata di papà sia lo stesso che il giorno precedente ha pronunciato la vergognosa sentenza sui fatti del G8 di Genova. Suvvia, non staremo attribuendo troppo valore a un filmetto come tanti? Non sarà casomai il risultato dell'Italia attuale piuttosto che una delle cause? Può darsi. E' vero infatti, come diceva Moravia, che Cristo non si è mai scandalizzato ma concedetecelo almeno stavolta. Tanto i cinepanettoni di natale spravvivono, anzi raddoppiano, triplicano, proliferano e infettano. Per la gioia dei De Laurentiis, Medusa e i loro servi che sostengono che film del genere contribuiscono a sostenere il cinema italiano, un po'come i negozi di souvenir mantengono in vita il British Museum. Il modello super market applicato al cinema per adesso produce l'omologazione su un modello piuttosto basso, ma aspettiamo fiduciosi.

La separazione dell'amata coppia Boldi-De Sica non ha distribuito il potenziale di volgarità ma lo ha anzi raddoppiato, per adesso con un largo vantaggio per i film del primo. Perché stavolta siamo veramente al nadir del cinema italiano, soffocato da un product placement ai limiti dell'osceno, con un intreccio agghiacciante dove negli Stati Uniti tutti parlano italiano e ripetono gag televisive del secolo scorso doppiate fuori-sincrono. Con un gusto pruriginoso per la volgarità e la “scabrosità” che, come si suol dire, se non facesse rabbia farebbe quasi tenerezza.

L'inferno secondo Mark Twain, se avesse la sciagura di rinascere oggi? Un luogo dove il produttore è italiano, il protagonista Massimo Boldi, i poliziotti i Fichi d'India e l'amante svizzero. Nonostante il budget milionario il film di Oldoini, prodotto da Medusa, sembra concepito come una recita scolastica: arrangiarsi con gli attori che si hanno a disposizione facendo fare loro quello per cui sono conosciuti, magari qualche imitazione e accento regionale.

Sembra quasi di sentirle, le riunioni in cui viene discussa la sceneggiatura: “Boldi lo mettiamo nudo che si tocca il pistolino dicendo “cipollino”. Enzo Salvi fa il coatto. Magari famoli pure fratelli. Ma uno è romano e l'altro milanese, il pubblico se ne accorge. Macchè, mettici la Canalis. E Biagio Izzo? Famoje fa' la donna che parla in dialetto, lo sai che lui è napoletano. La Ventura tanto regge sempre, c'ha na'classe! Mettiamola a New York. Che costa troppo. Allora scenografie de cartone de Manhattan dietro le finestre. Allora pure de Los Angeles? E certo! Non regge niente? Più figa! Non basta più? Donne culturiste, nani e camerieri abbronzati (pardon negri) gay! Ce mettiamo pure Obama? E' ovvio”.
Sfogo finito, torniamo alla realtà. Cambia poi molto?

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