E' stato pubblicato un nuovo libro dello scrittore esordiente Stefano Cevasco. Genere Fantasy, contenuto fantastico ... buona lettura a tutti i fan del genere.
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by: stefano.cevasco1971@libero.it
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N° di parole: 5820
Data: Tue, 18 Oct 2011 Ora: 6:03 AM
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Se volete vedere o leggere il libro navigate verso: http://www.ebookvanilla.it/un--mondo-celato-nel-tempo.html
Ecco un romanzo che narra di un mondo fantastico, ricolmo di fate, folletti, draghi ed altri personaggi figli dei miti classici e delle leggende nordiche. Un mondo a se stante, lontano dalla terra ma ad essa collegato da improbabili tunnel senza tempo e spazio. Un mondo dove i nostri miti e le nostre leggende rinascono e fanno da contorno all'avventura di un gruppo di ragazzi che vengono travolti da una serie di avvenimenti eccezionali, mostrando di fronte al pericolo e alle scelte, la loro personalità e i loro valori.
Ed ecco una breve anticipazione:
Primo Capitolo
Il popolo di rida
Una foglia scivolava sul vento, trasportata lungo le sponde del fiume Mento. Caduta da un albero di quercia, veniva cullata dai soffici cuscini della brezza mattutina. Più a valle un ragazzo guardava l’acqua del fiume, era immerso nei suoi mille colori, nelle sue mille forme, affascinato dal suo continuo incedere, come ipnotizzato da quella naturale bellezza che nasceva dal monte Tumar e scendeva verso valle, verso la libertà, verso il mare di Giada, il cui nome era figlio del colore verde scintillante delle sue acque. Il ragazzo si chiamava Nicolas, lo stesso nome di suo nonno e del nonno di suo nonno. Apparteneva al popolo di Rida che viveva nella valle del Mento, era un ragazzo alto, molto magro, i suoi occhi erano verdi come il mare di Giada, le orecchie, lunghe e appuntite all’estremità, erano una caratteristica della sua razza, così come il colore rosa rossastro della sua pelle. Aveva pantaloni larghi di un colore rosso amaranto, decine di tasche ricoprivano ogni centimetro di quel tessuto e abbondando ai lati, sembravano contenere ogni sorta di oggetto. Portava una maglietta di cotone di color marrone bruciato e una giacca senza maniche, simile a quelle che il popolo degli umani usa per andare a caccia, o a pesca. I suoi capelli erano biondi, le sue mani lunghe e affusolate, portava scarpe di pelle di serpente, la cui suola era stata indurita utilizzando la resina del Carciù, un albero secolare che cresceva sulle sponde del fiume. Nicolas si girò lentamente, osservò la foglia mossa dal vento, iniziò a fissarla allungando la mano come se cercasse di raggiungerla. La foglia sembrò scossa, non più guidata dai venti, pareva viva, sembrava aver acquistato il dono del volo. Iniziò ad oscillare, ruotava e si dirigeva proprio nella direzione di Nicolas, infine si posò sulla sua mano. A questo punto si sentì un applauso, lento, cadenzato. Quel ritmo, quel suono, provenivano dal bosco, avvertivano di una presenza che in qualunque caso aveva interrotto le riflessioni di Nicolas. Infatti apparve da dietro un faggio Deskin, Marcus Deskin compagno di scuola di Nicolas, suo compagno fin dall’infanzia, suo rivale fin da quei giorni. I suoi capelli, lunghi e castani, gli scendevano fin sulle spalle e solo nella loro parte finale erano raggruppati da un sottile nastro nero. Il suo sguardo era penetrante, lunghe ciglia sovrastavano gli occhi scuri, profondi. Il suo alto rango gli consentiva di indossare abiti costosi, principeschi, impreziositi da ricami argentati che adornavano il suo mantello colorato di un verde scuro, molto appariscente.
Con tono ironico, quasi deridente, Marcus incominciò a parlare:
“Bravo, molto bravo, peccato che questi stupidi esercizi io li facessi prima di iniziare la scuola di Fart”.
Nicolas era un ragazzo orgoglioso, forse troppo orgoglioso. Non aveva mai imparato a soppesare le parole, ad attribuirgli un’importanza. L’insignificante gioco verbale di Marcus lo feriva, lo colpiva lì dove era più debole. Molti ragazzi della sua età, ascoltando quelle parole, avrebbero sorriso, giudicandole indegne di una risposta, ma lui no, lui non poteva tacere.
“Marcus il ruolo della spia ti si addice perfettamente”.
“Che paroloni. Spia, non credo tu sia spiato da nessuno, non sei abbastanza interessante per attirare l’attenzione del prossimo”.
“Allora che facevi nascosto nel bosco?”.
“Ti ammiravo, ammiravo i tuoi progressi nelle arti magiche ed ho constatato che non sono poi molti … già dimenticavo, a te manca il dono, non tutti i Ridiani possono chiamare a sé l’energia della magia e tu fai parte di questo gruppo, è meglio che rinunci e progetti di occuparti di altre arti. Potresti fare il fabbro o il fornaio, la magia non è per te !”.
“Non sta a te decidere se la magia è o non è per me, sarà il gran consiglio della scuola di Fart a decidere chi potrà proseguire nello studio delle arti e non solo i progressi nell’arte magica verranno presi in considerazione, ma anche altri parametri non meno importanti”.
Marcus con fare sorpreso, volutamente sorpreso, chiese:
“Tu nutri ancora speranza di essere selezionato? Ti illudi. La tradizione dice che mai un Savian è entrato all’università delle arti, mentre la casata degli Deskin e quella dei Runer hanno già fornito in passato molti esponenti al gran consiglio della magia”.
“Con questo vorresti dire che esistono delle raccomandazioni all’interno della nostra società? Vorresti dire che tuo padre, esponente del consiglio della magia, ti appoggerà a scapito di altre persone che potrebbero essere più meritevoli?”
“Non temere, non serve l’intervento di mio padre per ottenere il privilegio di proseguire gli studi di magia, io sarò selezionato perché possiedo il dono, mentre tu stai ancora cercando di trovare l’energia dentro di te, ma sappi che l’energia non si trova, è lei che viene a cercare te, lei che si concentra nelle tue dita quando tu la chiami, lei che ti consente di fare questo …”.
Con un rapido movimento e pronunciando alcune parole, Marcus fece sorgere dalle sue mani una piccola palla di fuoco nera che venne lanciata a grande velocità verso Nicolas. Egli ebbe un fremito agli arti e lungo tutte le sue ossa, mentre il fuoco nero bruciava la foglia che ancora teneva in mano. Tremava, sudava, raggiunto in un istante, alla stessa velocità del fuoco lanciato dal rivale, dalla paura, la paura nata e generata dalla magia distruttiva appena evocata. Il sorriso beffardo che ora si trovava sul volto di Marcus era immagine di ciò che vedeva. Di fronte a lui stava Nicolas Savian, della casata dei Savian di Rida, intimorito, impaurito dalla magia che aveva creato, il suo rivale, uno dei pochi che ancora competevano con lui, per la conquista dell’accesso ad una delle università delle arti del mondo di Rhur; infatti ogni anno al termine dell’anno scolastico che coincideva col finire della stagione dei venti maestrali, durante la grande festa di Rimar, uno dei padri fondatori del popolo di Rida, venivano scelti due ragazzi appartenenti all’ultimo corso, i quali, se lo desideravano, potevano richiedere l’accesso all’università. Solo loro avevano questo privilegio e solo loro potevano apprendere le arti magiche superiori. Avrebbero affrontato quattro lunghi anni di studio, fra alambicchi, artefatti, creature magiche e libri di ogni genere. Avrebbero affrontato quattro lunghi anni seguendo le lezioni dei più famosi maghi e studiosi del tempo. Fin dalla sua adolescenza Nicolas aveva sognato di far parte dei grandi maghi di Rida, ora aveva paura, aveva il timore di non poter realizzare il suo sogno, ora aveva di fronte a sé un rivale che già dimostrava di possedere il dono dell’alta magia.
Solo un cumulo di cenere era rimasto sul palmo della sua mano e un soffio di vento lo sparse nell’aria, cancellando in questo modo l’evidente segno della magia di Marcus. La sua gola era arsa dallo sconforto e non riusciva a pronunciare parola. Guardava il suo rivale ma non agiva, non riusciva ad articolare un discorso. Mille possibili futuri apparvero alla sua mente e nessuno di questi era felice, nessuno di questi lo vedeva raggiungere l’obbiettivo che si era prefissato fin dalla sua infanzia. Raccolse tutto il suo coraggio, relegò in fondo al suo cuore la delusione e lo sconforto che lo avevano assalito, guardò Marcus dritto negli occhi, mentre un uragano di rabbia e dolore stavano impadronendosi del suo essere. Non voleva dichiararsi sconfitto prima del tempo, non voleva accettare la realtà, voleva alimentare la speranza, voleva continuare a combattere, per se stesso e per tutti coloro che credevano in lui. E infine disse:
“Marcus Deskin questa magia ci è proibita, nessuno deve operare incantesimi di alta magia se non in presenza di un mago dell’alto consiglio o all’interno delle scuole che la insegnano. Tu hai violato le leggi e non ne hai il diritto. Tu non dovresti neanche conoscere questo genere di incantesimi, ma credo che qualcuno, ignorando gli scritti che vietano di insegnare alta magia alle persone non selezionate, abbia mostrato a te questo incantesimo. Sarai giudicato per questo”.
“Tu pensi di poter raccontare ciò che è accaduto a qualcuno … Non credo, ti renderesti solo ridicolo, accuseresti me, mio padre che fa parte dell’alto consiglio dei maghi di aver violato una delle leggi fondamentali del popolo di Rida. Chi ti potrebbe credere, pensaci … nessuno si schiererebbe dalla tua parte. Inoltre, non sono venuto qui solo ed il mio compagno è pronto a confermare che sono stato tutto il giorno a pescare, vicino al mulino vecchio”.
In quel momento arrivò tutto trafelato Drakan Runer. Aveva corso parecchio e cercava di superare una palese difficoltà nel parlare, causata dai frequenti respiri che era costretto a fare per ossigenare i polmoni non allenati.
“Marcus, sta arrivando Roman Distral, è meglio se ci allontaniamo di qui”.
Marcus acconsentì immediatamente ed entrambi sparirono nel fitto della boscaglia. Pochi istanti dopo, mentre Nicolas ancora livido di collera fissava il palmo della sua mano, apparve Roman. Era un vecchio signore, con la barba bianca che gli scendeva fino al petto, i pochi capelli che ancora aveva sulla testa erano scompigliati dal vento che scendeva dalle imponenti montagne del Tarmhill. Portava la divisa delle guardie forestali del popolo di Rida, di colore blu con cuciture e merletti rossi. I bottoni della giacca erano argentati ed il sole li illuminava, facendoli risplendere come stelle nella notte. Immediatamente si accorse della presenza del ragazzo. Lo guardò incuriosito, posando i suoi vecchi occhi, dapprima sui vestiti poveri e logori, poi più su verso il viso.
“Che ci fai qui Savian?”.
La domanda celava un sospetto, un possibile rimprovero. Ma Nicolas rassicurò subito il vecchio:
“Stavo mettendo in pratica gli insegnamenti del professor Rikter, stavo osservando gli equilibri della natura ed esercitandomi anche su alcune semplici magie”.
“Attento ragazzo a non mischiare le due cose, magia e natura difficilmente camminano insieme, spesso la magia viene utilizzata per distruggere e non per curare o guarire piante o animali. A proposito, se sei affascinato dalla magia ed hai un po’ di tempo da dedicarmi, ti mostrerò un vero spettacolo. Un evento che non si verificava da secoli”.
Così dicendo si incamminò verso il fiume. Costeggiò le sponde del Mento per alcuni minuti, posando i suoi pesanti scarponi sui ciottoli levigati delle spiagge. Superò con incredibile agilità, una grossa roccia che gli ostruiva il passaggio, arrivando infine vicino ad un grosso salice che immergeva i suoi rami fin nel corpo del grande fiume. Roman con ampi gesti delle mani chiamò Nicolas a sé. Portando l’indice verso il suo grosso naso, gli intimò di fare silenzio. Poi gli indicò una radura poco distante che terminava su una piccola spiaggia di ciottoli verdastri. Nicolas dapprincipio non identificò nulla di interessante, ma in un secondo tempo vide un pino scuotersi con forza. Le sue fronde colpendo altri rami, emettevano un singolare fruscio che si diffondeva in tutta l’aria circostante. Egli distolse l’attenzione dei rami e diresse lo sguardo verso la base dell’albero, lì intravide una massa scura che si dimenava contro la corteccia dell’albero. Strinse gli occhi per mettere meglio a fuoco l’immagine ed identificare di cosa si trattasse. Era un grosso orso che prima con gli artigli e poi con il dorso scuoteva pesantemente il tronco dell’albero. Era affascinante vedere quei grandi mammiferi, osservare il loro comportamento, capire cosa li spingesse ad avere un atteggiamento simile, ma tutto questo non spiegava perché Roman lo avesse condotto in quel luogo. Vi erano centinaia di orsi nella boscaglia intorno alla città di Merzidan e Nicolas ne aveva già visti moltissimi, così come tutti i suoi coetanei. Il popolo di Rida era solito accompagnare i propri figli nella boscaglia, la profonda conoscenza della natura era parte della loro millenaria cultura. Conoscevano i pericoli che si celavano nel bosco, nascosti sotto le rocce o all’interno dei tronchi degli alberi, conoscevano il significato, il senso e l’importanza del grande equilibrio che regnava intorno a loro. Perché Roman lo aveva condotto fin su quella piccola spiaggia, quale magia nascondeva quel luogo? Poi tutto fu chiaro. Vicino all’orso che doveva essere una femmina, apparvero due cuccioli di circa un anno di età. Uno era di color terra bruciata, un piccolo orso bruno che si rotolava gioioso nel prato, l’altro era invece rosso cremisi, con sfumature arancioni e gialle. Nicolas era incredulo, affondò lo sguardo fra rami e cespugli per accertarsi che i suoi occhi non gli stessero mentendo. Quello davanti a lui era un cucciolo di orso di fuoco, simbolo di magia, simbolo primo del popolo di Rida. Un animale tanto importante che era anche raffigurato in basso rilievo sull’antico stemma della sua città natale. Un maschio, certamente, perché gli orsi di fuoco erano solo maschi, potevano accoppiarsi con orsi comuni e da questo rapporto potevano nascere cuccioli d’orso di fuoco o d’orso bruno o grizzly, le due razze più comuni nella valle del Mento. Erano anni che nessuno avvistava un orso di fuoco in quelle terre. Antiche leggende accompagnavano il cammino di questi temibili animali, tutte intrise di gesti eroici e di magia. Alla pari dei draghi, delle fenici e degli unicorni, gli orsi di fuoco alimentavano i racconti poetici, le ballate dei musici, le filastrocche dei menestrelli. Ciò che non si vede, ciò che non si conosce, dà energia alla fantasia dei popoli, fornisce nuova linfa alle superstizioni. E’ in questo modo che razze pacifiche vengono trasformate in terribili mostri, è in questo modo che semplici ed innocui animali, solo perché rari o diversi, vengono considerati temibili segnali di sventura. Così era stato per i draghi, così era per gli orsi di fuoco. Il popolo di Rida da sempre vicino alla natura, combatteva certe superstizioni, opponendo all’ignoranza lo studio e la scienza. Così che i draghi e gli orsi magici, esseri millenari, erano considerati grandi saggi, dai quali apprendere nuove conoscenze, ai quali chiedere consiglio nel momento del bisogno. L’incredulità fu presto sostituita dalla curiosità, sia Nicolas sia Roman, volevano seguire gli orsi per conoscere meglio le loro abitudini, verificare se nei dintorni vi fossero anche esemplari adulti, poter raccogliere alcuni reperti, come parti del manto rosso che potevano impigliarsi nei tronchi degli alberi o negli arbusti, durante il loro cammino nel fitto della boscaglia. Vi era però un problema. Il pedinamento poteva durare anche parecchi giorni vista l’importanza dell’evento, lo studio del comportamento e la salvaguardia della salute degli animali erano attività proprie del lavoro di Roman, così era suo dovere apprendere il più possibile da quell’inaspettato incontro. Ma per un periodo di tale durata erano necessarie provviste e un’attrezzatura adeguata all’evento. Decisero di dividersi: Nicolas avrebbe continuato a seguire gli orsi, mentre Roman avrebbe raggiunto la capanna nel fitto della boscaglia, sua dimora nella stagione dei venti del sud, avrebbe recuperato il necessario per la lunga permanenza lontano da Merzidan e successivamente lo avrebbe raggiunto, seguendo le sue tracce. Una volta riunitisi il ragazzo poteva far ritorno a casa. Il vecchio si allontanò seguendo il corso del fiume, in pochi istanti sparì alla vista, essendo coperto dai salici che costeggiavano il fiume. Nicolas ritornò a guardare il cucciolo di orso rossastro che giocherellava sul prato, balzando da una parte all’altra dell’imponente madre. L’altro cucciolo seguiva poco distante, era più quieto del primo, di stazza inferiore ma pur sempre robusto. Il suo pelo era scuro quasi nero e nella luce spiccava il suo muso color crema. L’intera famiglia si stava dirigendo verso il fiume, forse con l’intento di catturare qualche pesce. D’improvviso la madre si rizzò sulle zampe posteriori, rimase ferma in piedi fiutando l’aria. Mosse la testa a destra e poi nella direzione opposta, ricercando con la vista una qualche presenza estranea agli abituali abitanti del bosco. In quel momento Nicolas si rese conto che il vento soffiava alle sue spalle e dirigeva il suo odore verso la madre degli orsi. Doveva riuscire a rimanere nascosto dietro le fronde del salice che lo copriva alla vista dell’orso, non poteva muoversi, non poteva creare il minimo rumore, il rischio era che se l’orsa si fosse accorta della sua presenza, sarebbe fuggita oppure avrebbe attaccato. Fortunatamente il grosso animale, dopo alcuni secondi di ispezione visiva del circondario, si riportò nella posizione a quattro zampe. Incominciò a dirigersi verso nord, allontanandosi dal fiume, incuneandosi in un bosco di roveri dalle foglie ondulate come tante onde del mare. Nicolas come prima cosa doveva attraversare il fiume e in assenza di canoe o altro mezzo specifico, decise di utilizzare un grosso tronco di albero di noce che si trovava adagiato vicino al greto del fiume. Raccolse anche, da un fascio di legna accatastata da un boscaiolo, un lungo ramo del diametro di un pugno che aveva intenzione di adoperare come pertica per meglio dirigersi nel guadare il fiume. Entrò in acqua accorgendosi che la temperatura del fiume era assai fredda, si mise a cavalcioni del grosso tronco ed utilizzando la pertica si spinse lontano dalla riva. Non fu facile manovrare l’improvvisata imbarcazione, rischiava continuamente di capovolgersi, ma aiutandosi con il ramo e sorretto dalla fortuna, riuscì a raggiungere la sponda opposta del Mento. Si rizzo sulla riva, scrutò a nord per intravedere un qualche segno della presenza degli orsi, ma questi erano ormai spariti nel cuore del bosco. Raggiunse rapidamente il luogo dove aveva scorto gli animali l’ultima volta, le tracce erano poco evidenti ma era possibile seguirle. Inoltrandosi nella fitta vegetazione concentrò la sua attenzione sulle impronte lasciate dall’animale più pesante, solo dopo parecchi minuti si accorse che le orme erano imputabili a soli due orsi: dove erano finite le orme del terzo animale? Era del tutto inconcepibile. Controllò più volte giungendo sempre alla medesima conclusione, si trattava solo di due animali. Possibile che l’orso più piccolo non lasciasse su quel particolare terreno nessuna impronta. Era questa un’ipotesi poco probabile, le dimensione dei due cuccioli erano pressoché le stesse, solo la loro natura era differente. Pose l’attenzione su quest’ultimo aspetto, era possibile che gli orsi di fuoco non lasciassero impronte. Non aveva mai sentito nulla del genere, ma le conoscenze del popolo di Rida su queste creature era assai limitata. Rimase con questo dubbio proseguendo l’inseguimento, fino a raggiungere una pietraia, dove le orme sparivano completamente. Nicolas non riusciva a distinguere nessuna traccia in quell’ambiente privo di vegetazione e di terreni molli. Decise di proseguire utilizzando un altro metodo. Estrasse, da una delle innumerevoli tasche dei suoi pantaloni, una pietra. Ad un primo sguardo questa poteva sembrare un comune quarzo rosa, ma quando Nicolas vi strofinò sopra parte della terra sulla quale si erano posate le zampe degli orsi, questa divenne immediatamente di un colore verde smeraldo. Il ragazzo iniziò a camminare, fissando intensamente l’artefatto che teneva nelle sue mani. La pietra cambiava colore in base ai suoi movimenti, passava dal verde smeraldo, alla terra di Siena e poi al color mattone, oppure dal verde al blu zaffiro chiaro e poi al viola, per terminare sempre col suo colore iniziale, il rosa. Era la pietra ad indicare la giusta direzione a Nicolas, la strada che lo avrebbe condotto dritto nella bocca degli orsi. Lui, attento ad ogni pur minimo cambiamento, interessato più al colore dell’oggetto che alla strada che percorreva, inciampò tre volte nel tentativo di seguire la giusta pista, rischiando di rompersi l’osso del collo. Finalmente la pietraia finì e si videro le orme degli orsi fra l’erba alta e abbruttita dal freddo di un grande prato. Nicolas non riusciva ancora a scorgere gli animali in lontananza, anche se era poco probabile che avessero acquisito un tale vantaggio mentre lui attraversava il fiume. Poi d’improvviso vide la testa dell’orsa che spuntava da dietro ad un dosso. Era ritta sulle gambe posteriori e fiutava l’aria. Questa volta non poteva percepire l’odore del ragazzo, perché il vento soffiava sul suo viso. Nicolas osservò il contorno della radura, in cerca di qualche segno, in cerca del pericolo percepito dall’orso. Vide un bagliore fra i cespugli a circa cento passi dalla famiglia. Aguzzò lo sguardo, il suo angolo visivo era differente da quello dell’animale, ma non riuscì ad identificare di cosa si trattasse. Una strana sensazione gli pervase l’anima, percepiva la paura e la rabbia che l’animale provava in quel momento. Una sensazione che non aveva provato quando, qualche ora prima, l’animale aveva percepito la sua presenza. Ora l’orsa sentiva un pericolo imminente, i suoi sensi l’avevano avvertita e cercava di individuarne l’origine. Scese sulle quattro zampe ma non modificò la sua posizione, anche i cuccioli erano fermi in attesa che la madre proseguisse il cammino. L’orsa emise un profondo ruggito, lanciando la sua sfida. Nicolas si era nel frattempo mimetizzato nell’erba, con l’intento di non essere notato. Non sapeva cosa fare, non conosceva l’origine della paura dell’animale, percepiva solo i sentimenti dell’orso e già questo lo lasciava confuso, perché mai prima di allora, aveva visto chiare dentro di sé le emozioni di un altro essere vivente. Doveva però fare qualche cosa, almeno così credeva, voleva rompere la situazione di stallo che si era creata, voleva individuare il pericolo per aiutare l’orsa contro il possibile avversario, sempre che di questo si trattasse. Era certo che il bagliore visto poco prima non fosse di origine naturale, così incominciò a strisciare in quella direzione, facendo attenzione a non produrre rumori che avrebbero svelato la sua presenza. I suoi movimenti erano lenti ed impiegò qualche minuto per raggiungere una posizione dalla quale osservare con migliore esito la boscaglia. Alzò la testa al di sopra dell’erba, fino a quel momento non l’aveva ancora fatto. Accovacciato dietro ai cespugli che delimitavano la radura, vide un cavaliere, armato di balestra, pronto a scoccare il dardo quando il momento propizio fosse giunto. Una cotta di maglie di ferro gli proteggeva il busto e le braccia ed un elmo aperto copriva la sua testa. Nicolas non poteva vedere le sue gambe, nascoste dietro l’erba, ma facilmente identificò l’uomo come appartenente al popolo di Marter. L’elmo, che comprendeva una grande lama che partiva dal frontale fino a proteggere la zona del cervelletto del cavaliere, ne era la conferma. Il ragazzo comprese immediatamente lo scopo dell’aggressore. Antiche leggende raccontavano che la spada che avesse trafitto il cuore di un orso di fuoco, avrebbe acquisito la sua magia. E questo, per un cavaliere, era motivo valido per affrontare una lotta con quei terribili animali. Ora inoltre, l’uomo si trovava a fronteggiare un comune orso bruno che era avversario assai più facile di un orso di fuoco adulto. Presa coscienza di questo, Nicolas capì anche le emozioni che invadevano l’animo degli animali. Il pericolo era effettivo e ora anche evidente. Non sarebbe stato facile per l’orsa sfuggire a quel temibile avversario ed una volta che la madre fosse morta, il cavaliere avrebbe avuto vita facile con i due cuccioli, ancora troppo piccoli per costituire una seria minaccia. L’unica possibilità che Nicolas aveva per aiutare la famiglia era di distrarre il cavaliere, era di fargli sprecare il dardo e consentire in questo modo agli orsi di trovare rifugio a ovest, verso le colline del Mulibran. Il ragazzo giunse a questa conclusione dopo una rapida riflessione. Le alternative che in quel frangente aveva valutato erano troppo rischiose, o per lui o per gli animali. Non sapeva però come attuare il suo scopo. Non era sicuro che gli orsi sarebbero scappati, una volta individuato il pericolo e non sapeva come avrebbe fatto a distrarre il cavaliere. Non vi era più tempo, doveva agire, da un momento all’altro la situazione di stallo poteva alterarsi a favore di uno dei due contendenti ed il più forte, in quelle circostanze, era il cavaliere.
All’improvviso di fronte al marteriano apparve l’orsa ritta sulle gambe posteriori. L’uomo, spaventato, scoccò il dardo che trapassò l’animale da parte a parte, senza arrecargli nessun danno. L’orsa scese sulle quattro zampe ed incominciò a correre verso il bosco. Ora il cavaliere vedeva due orsi, uguali che facevano gli stessi movimenti, uno a poca distanza da lui, l’altro era poco lontano. Nicolas si era ricordato di una lezione di magia trattata a scuola, la migrazione delle immagini. Era possibile far apparire un’immagine in un qualsiasi posto, se l’oggetto reale si trovava nelle vicinanze. Il cavaliere non aveva più tempo per riarmare la balestra e colpire la bestia. L’orsa aveva vinto. Ma Nicolas non aveva considerato tutte le variabili dello scontro. Proprio quando l’orsa era a pochi passi dalla sua salvezza, fu colpita mortalmente da un secondo dardo che proveniva dal bosco, poco distante dal suo corpo. Nascosto dietro ad una quercia c’era un altro cavaliere che aveva reso vano il tentativo di Nicolas di salvare l’animale. Uscì un terzo cavaliere più a nord ed un quarto a sud. In realtà i cavalieri avevano preso tempo, cercando di chiudere all’animale ogni via di fuga. Nicolas con le sue azioni aveva spinto l’ignaro animale verso la morte. Non era di certo questa la sua intenzione, ma questo era il risultato. Ora anche i cuccioli erano in pericolo di vita, morto il loro protettore, erano in balia dei cavalieri e nulla faceva supporre che li avrebbero risparmiati. Gli uomini di Marter si avvicinarono all’orsa che giaceva immobile sull’erba. Un rivolo di sangue scendeva sulla sua pelliccia, partendo da dietro alla zampa anteriore ed arrivando fino al suolo. I cuccioli erano sopra di lei, uno leccava il suo muso con la ruvida lingua, l’altro continuava ad alzarsi su due sole zampe e a scendere poggiando i piedi anteriori sul dorso della madre. Non accettavano la sua morte, non concepivano ancora cosa era accaduto. Aspettavano che la madre risorgesse dal profondo sonno in cui era caduta. Ma tutto questo non sarebbe mai successo. I quattro cavalieri erano ormai a pochi passi dal cadavere, tutti imbracciavano le balestre, pronte al tiro. Uno di loro alzò l’arma e la poggiò sulla spalla, posò il viso sul calcio di legno intarsiato, guardò attraverso il piccolo foro che si trovava sul corpo della balestra, era pronto a colpire ancora. Nicolas non poteva più assistere impotente a quegli avvenimenti, le lacrime solcavano il suo viso, i pugni erano stretti, comprimevano il nulla o forse la rabbia ed il dolore che provava. Non riuscì a trattenersi, non riuscì ad essere razionale, incominciò a correre verso il gruppo urlando il suo dolore, non pensando a ciò che rischiava comportandosi in quel modo. I cavalieri si voltarono, scorsero un ragazzo lanciato contro di loro, privo di armi, apparentemente impotente contro le loro corazze. Il suo urlo incessante, forte e acuto, era evidente segno che incontro a loro avanzava un nemico, un avversario che non aveva alcuna possibilità di sopraffarli, ma che in ogni modo tentava di fermare le loro azioni. Attesero che il ragazzo fosse abbastanza vicino, poi uno di loro gli corse incontro, lo afferrò per un braccio e lo scaraventò in terra. L’erba secca si conficco nelle carni di Nicolas, gli graffiò il viso e le mani, ma non fermò il suo urlo. Il cavaliere, stupito di tanta belligeranza, allentò la presa per poi serrarla nuovamente. Urlò parole che Nicolas nella foga delle sue azioni non comprese, benché conoscesse la lingua del popolo di Marter. Poi tutto si annebbiò agli occhi del ragazzo, l’uomo lo aveva colpito alla nuca ed ora egli giaceva intontito sul prato, incapace di muovere un solo arto, incapace di proferire parola. Il suo straziante urlo si era arrestato, solo i suoi occhi continuavano a lacrimare mentre la sua mente continuava a soffrire per la sorte dell’orsa. Nel torpore in cui era precipitato non poté vedere quello che accadeva lui intorno, percepì solo delle sensazioni sfuggevoli ma nello stesso tempo chiare. Anche a distanza di parecchi giorni, Nicolas non fu in grado di ricostruire da queste sensazioni la realtà delle cose. Sentì subito la morsa del cavaliere allentarsi attorno alle sue braccia, poi udì il verso di un orso, ma non poté identificare quale animale emettesse quel suono. Sentì sibilare un dardo molto vicino al suo corpo, provò una sensazione di tepore tutt’intorno, il calore aumentò, terminando in un accecante bagliore. Anche con le palpebre chiuse riuscì a vedere quella luce accecante. Di seguito tutti i rumori svanirono ed il silenzio si impadronì nuovamente della radura. Furono attimi di interminabile attesa. Nicolas ebbe un fremito di paura quando alcune gocce di una sostanza misteriosa caddero sulla sua mano, ma pur non potendo capire ciò che stava accadendo, attribuì quel fenomeno ad una nuvola passeggera. Poi tutto finì. Si sentì solo e sperso, incapace di agire, abbandonato ai pericoli della natura. Qualunque belva avrebbe potuto attaccarlo in quella situazione. Non aveva difese, era inerme in balia degli eventi. Solo Roman poteva cercarlo, solo lui conosceva dove si era diretto e da dove era partito. Solo lui poteva rintracciare quel piccolo spazio verde, incastonato fra i grandi alberi della boscaglia. Fortunatamente il vecchio era da tempo sulle sue tracce ed in quel preciso istante era a pochi passi da lui. Quando lo vide disteso ed inerme, sulla fragile erba della radura, gli corse immediatamente incontro allarmato.
Roman, dopo aver recuperato tutto il necessario per quella che prevedeva una lunga assenza con scopi scientifici, si era lanciato all’inseguimento del ragazzo. Non aveva trovato alcuna difficoltà a ritrovare le tracce di Nicolas ed ad identificare la sua direzione, aveva proceduto a passo veloce, sia perché aveva fretta di rivedere gli orsi, sia perché era ansioso di permettere al ragazzo di ritornare a casa. Quando arrivò in prossimità della radura, vide una grande luce che trafiggeva gli alberi del bosco fino a colpirgli gli occhi. Fu costretto ad allontanare lo sguardo, tanto era forte il fenomeno. Poi tutto cessò. Incominciò a correre nella direzione del bagliore e quando sbucò nel prato, vide un cucciolo di orso bruno che si inoltrava nel bosco a circa trecento passi da lui. Si guardò intorno cercando di scorgere la figura del ragazzo, ma non vide nulla. Proseguì il cammino, schiacciando i fili di erba secca che gli si paravano di fronte ed infine vide un primo cavaliere riverso sul prato, in una posizione assai scomposta del tutto innaturale. Ne vide un altro steso sulla schiena, non portava elmo ed i suoi occhi erano aperti, fissi immobili, scrutavano privi di luce il cielo. Altri due si trovavano poco distante ed in mezzo a loro il ragazzo. Nessuno aveva segni evidenti di una colluttazione, nessuna corazza era lacerata, nessun elmo pareva squarciato e nemmeno ammaccato, non vi erano tracce di sangue, se non intorno al ragazzo e poco più avanti dove l’erba era completamente abbattuta per un raggio di due passi. Corse verso Nicolas sperando che fosse vivo, maledicendo la scelta fatta.
Il ragazzo era vivo, pareva agitato, scosso, ma era vivo mentre i cavalieri erano tutti morti. Gocce di sangue coprivano le sue mani e percorrevano la sua schiena, eppure non presentava alcuna lacerazione solo alcune escoriazioni sul viso e sul palmo delle mani. Roman prese la borraccia che portava a tracolla, la aprì e la portò alla bocca di Nicolas. Poi prese tre pietre che teneva nello zaino, una corniola, una giada verde ed un’ametista rosa. Le sfregò nelle mani e le strofinò sul corpo inerme del ragazzo. La loro energia fu benevola e riattivò i sensi di Nicolas. Egli aprì gli occhi, incominciò a muovere prima le dita e poi tutti gli arti, udì i rumori più chiaramente, percepì gli odori che raggiungevano il suo naso e sentì anche il dolore. Un forte, fortissimo dolore appena sopra al collo, all’altezza del cervelletto. Roman era di fronte a lui sorridente, la paura si era allontanata dal suo sguardo e lì aveva preso posto la gioia.
“Cosa è successo qui ragazzo?”.
Quella domanda era strana alle orecchie di Nicolas, si guardò intorno per meglio focalizzare i ricordi. I quattro cavalieri giacevano a terra privi di vita, non vi era più traccia dei cuccioli e nemmeno della loro madre. Eppure Nicolas era certo che l’orso fosse stato colpito mortalmente. Anche la grande pozza di sangue che ancora bagnava il terreno lo testimoniava. Eppure il corpo non era più in quel luogo. Si alzò e si avvicinò ad uno dei cavalieri. La vita aveva abbandonato quel povero Marteriano ma nulla poteva farlo supporre, se non l’inumana posizione in cui si trovava. Tutto era confuso nella sua mente, non riusciva a dare una spiegazione a quello che era accaduto. Raccontò a Roman l’intera vicenda, soffermandosi sulle sensazioni provate quando era intontito, riverso a terra, bloccato dalla forza del cavaliere. Nessuno dei due fu in grado di razionalizzare il racconto. Roman provò a seguire le tracce del cucciolo che aveva notato all’arrivo nella radura. Ma tutta la sua esperienza e l’utilizzo di tutti i metodi conosciuti dal popolo di Rida per ricercare un animale, non furono sufficienti. I segni sparivano all’entrata del bosco ed non erano neppure visibili sul prato. C’era traccia di un solo cucciolo. Nessuna traccia dell’orso di fuoco, nessuna traccia dell’orsa bruna madre dei piccoli. In compenso trovò quattro cavalli, probabilmente di proprietà degli uomini uccisi, legati ad alcuni rami poco lontano dalla radura. Erano quattro splendidi esemplari, di stazza elevata, garretti robusti e perfette dentature. Due erano di colore grigio, uno era nero, l’ultimo era un baio con fattezze perfette, muscoli poderosi, testa grande e fiera. Decisero di tornare verso la città di Merzidan e di recuperare i cadaveri in un secondo momento, con più persone e con la supervisione di un alto mago di Rida. Il tragitto era lungo ma con l’ausilio dei cavalli e la conoscenza di Roman dei sentieri non fu difficile per Nicolas raggiungere la città, anche se gli doleva ogni muscolo del corpo. Attraversato il grande fiume passando per il ponte delle tre gocce e superata la foresta delle querce millenarie, arrivarono in vista della collina sulle cui pareti si ergeva la città di Merzidan.
Note sull'autore
Giovane, non più tanto, ma volenteroso scrittore di libri che stuzzicano la fantasia e fanno riflettere.
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