Recensione Portishead Third
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by: lucagianneschi
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N° di parole: 1135
Data: Sun, 8 Nov 2009 Ora: 12:49 PM
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Ci sono diverse tipologie di dischi, così come diverse tipologie di approccio all’ascolto di un disco: ci sono dischi immediati e diretti, ce ne sono alcuni terribilmente ostici e difficili. Il nuovo lavoro dei Portishead, apparso a distanza di 11 anni dall’ultimo studio album, fa parte di questa seconda categoria. L’ascoltatore può adottare diversi comportamenti di fronte ad un’opera del genere: può accantonarla perché troppo impegnativa, oppure può armarsi di coraggio musicale e intraprendere un viaggio lasciandosi trasportare dai suoni, senza sapere dove verrà portato, e se alla fine del tunnel ci sia luce o meno. Piccola nota “autobiografica”: mi ritengo un ascoltatore pronto a tutto, ma confesso che al primo ascolto del presente album è seguito un mio secco rifiuto; ho premuto il tasto stop del lettore e ho accantonato l’album per 2 mesi. Mi ero deciso all’acquisto del disco dopo aver visto il video del singolo “The Rip”, primo estratto del platter: un pezzo trip-hop dove Beth Gibbons convince con la sua voce suadente su un tappeto di suoni elettronici e su un arpeggio di chitarra incisivo e melodico che ricorda certe idee musicali di Jonny Greeenwood (per chi non lo sapesse, chitarrista dei Radiohead). La scelta era obbligata, “The Rip” doveva essere il singolo apripista di questo lavoro, perché ha tutte le carte in regola per attirare l’ascoltatore e convincerlo all’ascolto del disco; inoltre, resta uno dei pezzi migliori dell’intero lotto e senza dubbio il più trainante e convincente. Ma torniamo ai Portishead: tornare sulle scene con un disco e un tour dopo 11 anni non è cosa facile, per nessuna band, eccetto per quelle talmente famose che hanno il coraggio di ripresentarsi anche con cambi di line-up significativi che ne snaturano il senso stesso di esistere (qualcuno ha detto Queen con Paul Rodgers?). La scelta commercialmente più comoda sarebbe stata quella di ripresentarsi con un clone di “Dummy”: riproporre il sound di uno degli album seminali della scena trip-hop di Bristol, un disco alla Massive Attack insomma, con un buon appeal commerciale (in senso positivo ovviamente), in grado di piacere a un pubblico abbastanza vasto. Ma i Portishead hanno capito che l’era del trip-hop è finita, o comunque che l’epoca è cambiata e le condizioni storico-musicali non sono più le stesse, e hanno sorpreso tutti sfornando un disco diverso dai precedenti, direi a tratti radicalmente diverso. Imparare dal periodo trip-hop e dal suono di Bristol, assimilare talmente tanto la lezione da essere in grado, con estro artistico immenso, di partorire qualcosa di derivato ma di assolutamente fresco e nuovo. Chi non si è stupito, dopo aver premuto il tasto play, delle sonorità di “Third”? L’opener “Silence” spiazza e lo fa magnificamente: non c’è cosa più bella che veder le proprie aspettative musicali deluse in questa maniera. Uno si aspetta una cosa, ma no: ne viene un’altra migliore. Sono sempre stato convinto che i veri geni musicali (di musica contemporanea, lasciamo in pace Mozart e Bartok, per il momento) si riconoscano dalla capacità di innovarsi e di stupire, passando magari da un genere all’altro o ancor meglio rompendo ogni barriera della classificazione musicale. Un campionamento di voce in portoghese brasiliano, pochissime note cesellate al piano, e una batteria aggressiva contornata da altri campionamenti elettronici rumorosi: questa è “Silence”. La voce di Beth è sempre in forma, anzi direi più in forma che in passato, perché in grado di coprire tonalità e sfumature sempre diverse. Il pezzo è incalzante, melodico, coinvolgente, ma mantiene sempre una sorta di freddo distacco (che è poi quello del gruppo stesso, molto riluttante alle interviste e alla popolarità) che lo rende intrigantissimo; si sentono ancora influenze dei Radiohead (o forse ce le sente il sottoscritto…). Quando l’ascoltatore si fa cullare beatamente dai campionamenti sovrastati da un imponente struttura d’archi, il pezzo improvvisamente si interrompe e si passa alla seconda traccia, “Hunter” (no, Björk non c’entra): una chitarra melliflua e ipnotica, e d’un tratto, partono dei loop psichedelici. “Nylon Smile” è un pezzo leggermente più canonico e diretto, anch’esso molto ipnotico a causa dei vocalizzi della Gibbons che si innestano su un tappeto di percussioni quasi industrial nella loro crudezza. A metà del disco non riusciamo più a distoglierci dall’ascolto; si capisce che i Portishead suonano quello che vogliono e non quello che richiede il music-business. Non sono tornati per far soldi, sono tornati perché hanno qualcosa da dire, e questa non è un’abitudine tanto in voga nelle band al giorno d’oggi. “We Carry On” è un pezzo magnifico, dove loop e campionamenti ci distorgono la mente: i tipi di Bristol sono aggressivi, nella loro maniera, ma lo sono: un tempo non erano così, un tempo erano più stucchevoli. La successiva “Deep Water” mi spiazza un po’, è senza dubbio il pezzo meno riuscito del disco: fanno capolino sonorità country, soprattutto nella progressione degli accordi della chitarra, e la voce si rende un poco lamentosa, ricevendo risposta di cori blues dagli altri membri. Non so, mi sembra un pezzo ironico, tutto qua, che stona un po’ col resto del lavoro. “Machine Gun” è uno dei pezzi che preferisco: il suono campionato di una mitragliatrice ci accompagna incessantemente per 4 minuti e 52 secondi, mentre Beth gioca con le sue corde vocali; la sua melodia è dolce, il sottofondo-mitra è spietato e freddo, sembra quasi di sentire i Nurse With Wound: verso la fine del pezzo il suono si fa ancora più pesante e viene arricchito da altri loop che sembrano rumori di aerei che decollano. Dopo una coda in perfetto stile Kraftwerk (tappeti di tastiere che ricordano tantissimo Radioaktivität), il pezzo termina e lascia il posto a “Small”, caratterizzata da giri di tastiera alla Doors. “Magic Doors” e la conclusiva “Threads” sono in mio parere i pezzi più riusciti dell’intero album. Si può essere oscuri e crudi ma allo stesso tempo coinvolgenti e intriganti? Certo che sì e i Portishead ce lo dimostrano qui. Un album magnifico con una traccia conclusiva magnifica, dove sembra di sentire i Joy Division suonare come i Portishead o viceversa. Uno dei dischi dell’anno 2008, una dimostrazione di talento puro e di amore per la musica. Da avere. Vedi le altre recensioni su JamYourself
Voto: 10
Note sull'autore
Manuel Ghilarducci, Recensore capo di JamYourself
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